Tutti gli articoli di rbelcari

“hoc opus composuit peccator Matheus”

Le scritture esposte medievali di San Giovanni a Campiglia

Attestata come collegiata in un documento del 1252 (novembre 11), la plebes de Campilia risulta inserita negli elenchi degli enti che pagavano la decima alla diocesi di Massa tra la fine del XIII secolo e l’inizio del successivo (1298; 1302/1303). Non conosciamo quali fossero allora le suffraganee che da essa dipendevano.

Al 1318 risale il più antico inventario di beni della pieve conosciuto, sottoscritto dal pievano Ranerium. Dall’inventario è possibile apprendere le prime notizie relative all’aspetto patrimoniale dell’ente.

37 copy.jpg

Nella consueta carenza di riferimenti documentari alle strutture, è però il corredo epigrafico a rivestire particolare importanza, divenendo fonte preziosa nel fornire una collocazione cronologica certa per il primo cantiere dell’edificio. Assieme a una data, interpretabile come 1173, compare anche un nome, riconducibile alle maestranze che presero parte all’impresa costruttiva.

Schermata 04-2458945 alle 17.13.02.png

La corretta lettura della scrittura esposta incisa in uno dei conci della facciata, alla sinistra del portale, lascia emergere dall’anonimato uno degli artefici coinvolti nel cantiere dell’edificio. Un maestro, Matteo (Matheus), che è possibile associare a un ruolo di progettualità e coordinamento, come pare suggerire la stessa forma verbale (composuit) impiegata nell’epigrafe, dal quale probabilmente non andrebbe escluso lo stesso corredo scultoreo, a maggior ragione in un cantiere di media entità.

Il legame tra struttura e decorazione architettonica, infatti, ha spesso implicato che i responsabili di queste imprese assumessero la paternità dell’insieme, ossia fossero in qualche modo i responsabili di quello che non poteva che essere un lavoro collettivo.

lunetta campiglia copy.jpg

Il monogramma dell’artefice significativamente compare anche nel contesto di una seconda iscrizione esposta, visibile nel transetto settentrionale al di sotto della copertura.

Il monogramma è associato alla celebre frase palindroma di valenza magica accuratamente incisa in un concio del paramento, realizzato in marmo bianco al pari di quelli impiegati nelle componenti decorative che presentano bicromia.

 

Schermata 04-2458945 alle 17.44.40.png

Come  è noto, il ricorso alla celeberrima frase palindroma è più volte attestato anche in altri edifici medievali in Italia e nel resto di Europa e gli esempi che è possibile richiamare sono numerosi e riconducibili al XII e al XIII secolo.

La formula, nelle diverse varianti, ha fatto scrivere molto e dibattere a lungo, specialmente per quanto attiene il significato e l’origine.

Molte le traduzioni proposte, intervenendo sul testo, con risultati spesso azzardati. In realtà alcune parole della frase nacquero con ogni probabilità per permetterne proprio la lettura palindroma e, almeno all’origine, non avrebbero un significato compiuto.

Al pari di altri casi noti, se ne affermò precocemente la valenza apotropaica. E’ pertanto nell’ambito della storia delle mentalità che dovrebbe esserne data lettura.

Destinando tali parole a una scrittura esposta e includendovi il proprio monogramma, l’artefice costruttore, come altri costruttori contemporanei, intese assicurare all’edificio la necessaria protezione da eventi disastrosi e calamità naturali che avrebbero potuto comprometterne la staticità e la lunga durata.

 

pieve.jpg

 

La pieve di S. Giovanni a Campiglia

Ricordato per la prima volta da Attilio Zuccagni Orlandini nell’Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana del 1832, l’edificio deve un primo studio monografico a Peleo Bacci, pubblicato nel 1910 nella “Rivista d’Arte”. In seguito è stato inserito in opere di carattere generale da quanti hanno avuto modo di occuparsi dell’architettura medievale regionale e in particolare dell’area di influenza culturale pisana (Pietro Toesca, Mario Salmi, Carlo Ludovico Ragghianti, Piero Sanpaolesi).

 

Riferimenti bibliografici

  • A. Zuccagni Orlandini, Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana 1832.
  • P. Bacci, La pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima costruita da M° Matteo, “Rivista d’Arte”, VII, 3-4, Firenze 1910, pp. 53-61.
  • P. Toesca, Il Medioevo, Torino 1927, p. 556.
  • M. Salmi, L’architettura romanica in Toscana, Milano-Roma, 1927, p. 43.
  • C. L. Ragghianti, Architettura pisana e architettura lucchese, “Critica d’Arte”, III serie, 2, 28, 1949, pp. 168-172.
  • P. Sanpaolesi, Il duomo di Pisa e l’architettura romanica toscana delle origini, Pisa 1975.
  • G. Tigler, Toscana romanica, Milano 2006, pp. 242-244.
  • R. Belcari, Romanico tirrenico. Chiese e monasteri medievali dell’arcipelago toscano e del litorale livornese, Pisa 2009, pp. 60-71.
  • R. Belcari, Celebrare lo sviluppo. Dalle iscrizioni firma di maestri costruttori e lapicidi alle scritture esposte commemorative di opere pubbliche: il caso della Maritima medievale (sec. XII-XIV), in “Costruire lo sviluppo”. La crescita di città e campagna tra espansione urbana e nuove fondazioni (XII-prima metà XIII secolo), a cura di F. Cantini, Firenze 2019 pp. 121-136.

Pagina facebook a cura di Pietre & Parole ©

https://www.facebook.com/Pieve-di-San-Giovanni-a-Campiglia-220003824735923/

rocca_pieve.jpg

Localizzazione

Campiglia Marittima (Livorno) – Toscana – Italia

https://www.google.com/maps/place/Pieve+di+San+Giovanni/@43.0569934,10.6160637,16z/data=!4m12!1m6!3m5!1s0x0:0x54519dacf55a7b29!2sPieve+di+San+Giovanni!8m2!3d43.0565074!4d10.6160852!3m4!1s0x0:0x54519dacf55a7b29!8m2!3d43.0565074!4d10.6160852

Monastic archaeology by the Tyrrenian sea. Recording stone finds at benedictine cloister of San Quirico di Populonia

PT_SQ_1

The remains of the monastery of San Quirico stand on the slopes of Poggio Tondo, a hill close from the ancient city of Populonia. They overlook the Tyrrhenian Sea, with the islands of the Tuscan archipelago not so far away.

Field research at this site carried out since 2002 until 2006. At the same time, a project for the recording of stone finds, architectural materials, spolia and slabs was carried out.

The research was conducted by first distinguishing the types of stone, systematically recording the marks left by tools, and the techniques and devices used to make the individual architectural components.

Bearing in mind these aspects, as well as the way they were assembled, the various phases in which the production process was divided were highlighted (supply, processing, setting in place), in a backward-looking conceptual process leading from the particular – the architectural element – to the general context – the building- which it belonged to.

The stone types identified are: white marble of saccharoid type, used for architectural, decorative and sculptural elements; solid sandstone, used as a building material in the first church and in the later phases, as well as in the internal perimeter of the monastery compound and in the various parts of the monastery; calcarenite, for structural and architectural elements, or as a building material; clay schists/clay levels within palombino limestone formation, for paving slabs; and other sporadic types, especially metamorphic, quarzite rock; magmatic rock, rich in quartz; and finally granite, used exclusively for millstones.

tav. 5 reperti BN

Even only with reference to tool marks, the possibility of observing parts that were intended to be hidden in the fabric of the building, once set in place, and of sampling hundreds of elements, was an opportunity that rarely presents itself. Thus, tracing the first appearance of the artefact, and going as far as to reconstruct how the building operations themselves were organized, it is possible to assess the extent to which all this becomes translated into constant features and changes within sculptural production, keeping the technical analysis distinct from stylistic analysis.

Thus, tools and litotechnical analysis become one of the indexes for assessing the operational skills of the artisans. We can see the use of the typical array of tools used by skilled workers in this period: tools for striking objects directly, awls of various sizes, flat-blade chisels, other kinds of chisels, and drills .

tav. tecniche

The production process of the individual elements is divided into the four phases involving the preparation of the stone block, shaping it, adding details, and finishing. As well as the procedures followed todress the stone block, sometimes prior to the creation of architectural elements, the techniques adopted are the same as those frequently used at contemporary building sites, such as bas-relief, achieved by lowering individual levels, intaglio, and carving in the round.

Finally, sockets and pegs for assembling the piece when it was mounted in position can be seen on column bases and column drums, with a protrusion and a cavity designed to house it, as well as in the extrados of certain archivolt elements, and at the top of blocks shaped for use in arches. These latter examples sometimes feature iron parts covered in lead, or iron residue due to the presence of iron elements.

tav. sagome BN

A particular indicator of modes of execution, shedding light on how the construction operations were organized, is represented by stone-masons’ marks. The cases found at San Quirico can be ascribed to the planning phase, and to the phase of actual execution.

Other marks are to be connected to the assembly of the stone elements, and how they were set or laid in place, in particular diverging line sand the letter “B” (4.4×1.9 cm) visible on the top of bases for mullions. These can be interpreted as organizational marks, connected to how the stone parts prepared by the stone-masons were to be set in place.

The production cycle of the structural and sculptural elements is connected to the cycle of the construction of the building itself. In order to try to suggest approaches to interpretation, it is necessary to set out from what we have available, namely the analysis of aspects of production, and comparisons with techniques and procedures that are to be observed also in other local buildings; a stylistic analysis and comparisons with contemporary production and creations; and relations between the commissioning authority and institutions and donors.

tav. strumenti 1

A group of stone-masons, following a donation and/or as a product of a specific commissioning authority, is tasked with reconstructing and decorating the monastery cloister, probably in the second half of 12th century. In construction work throughout this period, the various parts of the monastery are often renovated, and such interventions are some times limited to these monastery areas, as seen also in the case of other institutions in the same cultural and territorial context.

The artisans who carried out this work were presumably aware of a number of methods, such that one may suppose that they had already done similar work before, in line with a consolidated practice that enabled them to accomplish the task of construction in a fairly short period, there by keeping down the cost.

Senza titolo

A number of questions are yet to be answered. These relate to the role of the commissioning authority – the abbot – who, by probably making the material available, allowed the skilled stone-workers to achieve the end result, or who perhaps explicitly requested that result. Equally, we do not know the extent to which the commissioning authority was able to influence the choice of the builders. And, in particular, whether they may have been selected from a larger reference context than offered, for example, by the skilled workforce offered by the city of Pisa, via the monastic network itself, perhaps leading to their presence in the local area, and the presence of their work here, as a result. Indeed, here weare not dealing with the work of an individual sculptor, arriving to work in a context that was already delineated, and passing through as an isolated phenomenon.

Instead, it is a collective undertaking, the product of the coordinated work of a specialized group of artisans, as a further contribution to our understanding of the technical field that has for some time been the subject of investigation in this local geographical area.

published by Riccardo Belcari, Per una definizione del ciclo produttivo. Il cantiere per il chiostro del XII secolo / Towards a definition of the production cycle. Building operations for the 12th century cloister, in Un monastero sul mare. Ricerche archeologiche a San Quirico di Populonia (Piombino, LI) / A monastery by the sea. Archaeological Research at San Quirico di Populonia (Piombino-LI)  (edd. G. Bianchi, S. Gelichi, ), Firenze, 2016, pp. 325-333.


Bibliography

Alexander 1996 = J. S. Alexander, Mason’s marks and stone bonding, in T. Tatton-Brown, J. Munby (edd.), The Archaeology of cathedrals, Oxford, pp. 219-236.

Belcari 2009 = R. Belcari, Romanico tirrenico. Chiese e monasteri medievali dell’arcipelago toscano e del litorale livornese, prefazione di A. Peroni, Pisa, pp. 174-185.

Benoit  1985= P. Benoit, Le plomb dans le batiment en France à la fin du Moyen Age: l’apport des comptes de construction et de rèparation, in O. Chapelot, P. Benoit (edd.), Pierre et metal dans le batiment au Moyen Age, Paris, pp. 339-355.

Bessac 1986= J. C. Bessac, L’outillage traditionnel du tailleur de pierre de l’Antiquité à nos jours, “Revue Archéologique de Narbonnaise”, Suppléement 14, Paris.

Bianchi, Gelichi 2016= Un monastero sul mare. Ricerche archeologiche a San Quirico di Populonia (Piombino, LI) / A monastery by the sea. Archaeological Research at San Quirico di Populonia (Piombino-LI), Firenze.

Cagnana  1996= A. Cagnana, I materiali dell’architettura come esito dei cicli produttivi, in G. P. Brogiolo, A. Cagnana, Archeologia dell’Architettura. Metodi e interpretazioni, Firenze, pp. 69-142.

Stasolla 2010= F. R. Stasolla, L’organizzazione dei cantieri monastici, in M. C. Somma (ed.) Cantieri e maestranze nell’Italia medievale, Atti del Convegno di Studio (Chieti – San Salvo, 16-18 maggio 2008),Spoleto, pp. 73-95.

Van Belle 1983 = J. L. Van Belle, Les signes lapidaires: essai de terminologie, in Actes du Colloque international de Glyptographie de Saragosse (7-12 juillet 1982 – Centre International de Recherches Glyptographiques), Zaragoza, pp. 29-43.

Irish high crosses

The high crosses of Ireland are among the most interesting artifacts of the island and are intimately identified with the island itself.

They are to be found everywhere, especially within vicinity of the most important centers of worship and are very numerous near the monastic sites.moone_3

Maybe the crosses were erected to identify sacred lands or to protect adjacent buildings.

The production of these important signposts depended on the availability of large monoliths and the knowledge of how to work them, from the cutting of the stone to the carving of the details, and how to mount them on the great bases that were planted on the ground.

Cross of Moone

A high cross is composed of a base, a monolithic shaft that terminates with the horizontal arms of the cross, sometimes joined by a circle for practical motives,

rel_bagand is often topped by an element like a reliquary.

Cross of Muiderach, Monasterboice

 

Another variety, the so-called ogham stones, are monolithic stone slabs with inscriptions. in most cases sandstone was used.

moone_2

 

The decorative repertory includes both abstract designs and Christian subjects drawn from the Bible. The former derive from metal work; with regard to the latter, in a number of cases it has been possible to identify a single workshop source.

Daniel in the lions’ den, Cross of Moone

These are the crosses, with scenes from the Old and New Testaments, located in the central and eastern parts of the island at Durrow, Kells, Clonmacnoise and Monasterboice.

The first motive for erecting the great monoliths was undoubtedly the representation of the cross, but there are some examples with the abstract interlace designs that also appear in the illuminated manuscripts and enjoyed such a long period of diffusion.

The best known examples are the crosses of Clonmacnoise and Monasterboice, some of which present scenes of the Passion of Christ, and the Moone High Cross, with stories from the Old and New Testaments.

clonmacnoise

At Clonmacnoise, at the center of the island where an important monastic complex was founded in 545, the South Cross is decorated with panels of interlace motif, while the Cross of the Scriptures, probably from the early 10th century, shows scenes from the New Testament related to the Crucifixion.

 

The Cross of Muiderach at Monasterboice, one of the most important masterpieces of stone in medieval Europe, crafted in about 920, is decorated with scenes from the Bible and the Gospels. On the eastern side the scenes include Adam and Eve, Cain slayng Abel, David and Goliath, the Adoration of the Magi, and in the center of the cross the Final judgment and the Weighing of the souls. On the western side the scenes represent the Passion of Christ and at the center the Crucifixion and Resurrection.

                                                                                                                    North cross, Clonmacnoise

moone

 

At Moone, one of the tallest crosses is decorated with biblical scenes, each surrounded by a smooth flat frame, put into relief by the deepened background plane, creating a tight orderly composition.

Sacrifice of Isaac, Cross of Moone

The high crosses, which a census numbered at over two hundred examples, date to the early middle Ages, between the 9th and 10th centuries. Some of their iconographic characteristics are comparable to those of Northumberland, while the presence of some subjects indicate contacts with Rome and Italy.

In some cases there are inscriptions with the names of abbots and kings who commissioned those works, confirming the prestigious origin of the high crosses.

Bibliography

H. Richardson, J. Scarry, An introduction to Irish High Crosses, Cork 1990.

N. Edwards, The Archaeology of Early Medieval Ireland, London 1996.

R. Belcari, Crosses of Ireland, in R. Belcari, G. Marrucchi, Art of Middle Ages, New York 2007, pp. 121-125.

 

Il mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto

Tra XI e XII secolo prosegue in Puglia la tradizione dei mosaici pavimentali tardoantichi e altomedievali. Un gruppo omogeneo, interessato da un ricco e vario repertorio iconografico, è stato individuato nei pavimenti di Otranto, Trani, Bari e Taranto.

La cattedrale di Otranto, dedicata alla Vergine, fu fondata dopo la conquista normanna della città, probabilmente intorno al 1080. Durante il XII secolo l’edificio fu oggetto di importanti rifacimenti; questi trovarono l’apice nella messa in opera del celebre pavimento musivo, che infatti rispetta il nuovo assetto planimetrico, occupando le tre navate e il transetto.

DSC04556 2

Importante il ruolo delle iscrizioni, che oltre ad accompagnare le figure con didascalie, forniscono il nome del committente, il vescovo di Otranto, e quello dell’esecutore, il prete Pantaleone, la cui bottega attiva a Otranto è stata ritenuta responsabile anche del mosaico della cattedrale di Trani.

11904735_1180408468652973_7257763677665214323_n

ex Ionath[e] donis per dexteram Pantaleonis /

hoc opus insigne est svperans impendia digne//

Altre due iscrizioni forniscono le date 1163 e 1165, entro le quali può essere collocata la realizzazione dell’opera: essendo la prima ubicata nei pressi dell’altare maggiore e la seconda all’entrata è inoltre possibile intuire la scansione seguita, a ritroso.

La ricca serie di figurazioni è apprezzabile soprattutto nella navata centrale, mentre nella navata laterale destra la decorazione è scarsamente conservata. Lo schema iconografico in cui il mosaico è articolato consiste in un albero sostenuto da due elefanti che all’ingresso della cattedrale cresce verso l’abside. Sui rami sono disposti simmetricamente sedici clipei ospitanti esseri e personaggi diversi. Tra quelli biblici, Adamo ed Eva, re Salomone e la regina di Saba, Sansone in lotta con il leone, il profeta Giona, accompagnati da vere e proprie scene narrative, come il Diluvio universale e la Costruzione della torre di Babele.

DSC04561 La costruzione della torre di Babele, particolare.

A questi soggetti si affiancano esseri mostruosi, reali e fantastici, personaggi storici e derivati dai cicli cavallereschi, come Alessandro Magno e re Artù e infine le rappresentazioni dei Mesi e dello Zodiaco.

alexander rex Alexander rex

Nella disposizione narrativa non è osservato l’ordine biblico e soprattutto il riferimento non è esclusivamente alle Sacre Scritture, ma più in generale all’insieme di conoscenze e saperi medievali, derivati anche dalle enciclopedie e dai bestiari. Alcune scene dimostrano infatti la conoscenza del Phisiologus, celebre capostipite tardo antico dei bestiari diffusi tra XI e XII secolo. E’ il caso degli elefanti, dei quali si riteneva dormissero poggiati agli alberi.

DSC04551

Alle fonti iconografiche occidentali, comunemente note, si affiancano quelle bizantine e arabe, sacre e profane, rendendo possibili, ad esempio, confronti tra gli animali rappresentati nei tondi e quelli riscontrabili negli olifanti in avorio di produzione islamica. Nel ciclo dei Mesi è inoltre offerto un interessante repertorio di dettagli tratti dalla vita quotidiana, in riferimento alle attività stagionali del lavoro agricolo.

Fin dall’inizio del racconto è evidente il significato allegorico, moraleggiante in senso cristiano, del grande tappeto musivo: dal peccato è possibile giungere alla salvezza.

Riferimenti bibliografici

Testo edito in R. Belcari, Il mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto, in Il Medioevo, 1. La grande storia dell’arte, Il Sole 24ore-E-ducation.it, Firenze-Milano 2005, pp. 399-401.

Studi monografici 2005-2011

L. Pasquini, Il leone quadricorpore nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto in Atti dell’X colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, 2005, pp. 467-478.

L. Pasquini,  Il gioco degli scacchi nel mosaico medievale in Atti dell’XI colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico (Ancona, 16-19 febbraio 2005), 2006, pp. 65-76.

M. Rossi (ed.), La sapienza e l’infinito: l’albero della vita nel mosaico di Otranto, Castel Bolognese, 2006.

M. Castiñeiras González, L’Oriente immaginato nel mosaico di Otranto, in Medioevo mediterraneo, I convegni di Parma, 7, Milano, 2007, pp. 590-603.

L. Pasquini, Artù sovrano selvaggio e temerario: nel mosaico della cattedrale di Otranto e nell’iconografia medievale, in Atti del XIV colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, 2009, pp. 359-369.

X. Barral i Altet, Le décor du pavement au moyen age. Les mosaïques de France et d’Italie, École Française de Rome, 2010, pp. 364-370.

X. Barral i Altet, Otranto (mosaico della navata sinistra) e Conques (timpano): osservazioni su un poco noto parallelo iconografico del Giudizio Universale, in Tempi e forme dell’arte, 2011, pp. 95-103.

Le iscrizioni del pavimento cosmatesco di Santa Maria di Castello a Corneto

Nel biennio 1874-1875 uno dei protagonisti degli studi di archeologia ed epigrafia cristiana, Giovanni Battista De Rossi, ebbe modo di interessarsi dei frammenti di lastre funerarie reimpiegati nella chiesa di S. Maria di Castello a Corneto (Tarquinia, VT).

I frustoli e le lastre frammentarie erano stati reimpiegati come spolia nel contesto del pavimento realizzato da marmorari romani nel XII secolo per la chiesa di S. Maria, ubicata al margine settentrionale dell’attuale abitato, per la quale è possibile usufruire di alcune indicazioni cronologiche grazie al corredo epigrafico che accompagna elementi architettonici e di arredo.

Belcari cat. n. 1-14-18

da Belcari 2014, tav. 1.1, p. 25.

Dopo avere operato una puntuale ricerca dei frammenti reimpiegati separatamente, ma riconducibili alle medesime iscrizioni, peraltro dedicando attenzione anche alle epigrafi medievali e di altre epoche, De Rossi presentò nel “Bullettino di Archeologia Cristiana una selezione dei tituli riferibili alla tarda antichità.

Lo studioso ne riprodusse numerosi disegni e, sebbene non fossero sempre seguiti da trascrizione, né da edizione integrale, trattò complessivamente gli aspetti peculiari, esprimendosi sui possibili contesti di provenienza e riconducendoli a un preciso arco cronologico.

Belcari fig. 2

Come a suo tempo evidenziato da De Rossi, gran parte dei frammenti presentano consueti riferimenti e provengono da aree cimiteriali, almeno in gran parte coerenti con la produzione epigrafica funeraria romana.

Dopo una disamina del contesto di reimpiego e dello studio condotto in quegli anni, alla luce di una nuova documentazione sono stati recentemente presentati una parte delle lastre e alcuni frustoli inediti, reimpiegati nel pavimento della navata centrale e di quella laterale.

CORNETO da Belcari 2014, tav. 1.2, p. 25.

Recenti acquisizioni parrebbero indicare come il caso di Corneto non costituisca l’unica presenza di lastre funerarie di provenienza romana, riconducibili a sepolture di cristiani, riutilizzate in piani pavimentali nell’ambito della Maritima medievale. Così almeno sembrano attestare i frammenti, quantitativamente altrettanto consistenti,  rinvenuti nel contesto della chiesa monastica di S. Quirico di Populonia (Livorno).

Riferimenti bibliografici

G. B. DE ROSSI, I primitivi monumenti cristiani di Corneto-Tarquinia, «Bullettino di Archeologia Cristiana», 1874, pp. 81-118.

G. B. DE ROSSI, Il pavimento di Santa Maria in Castello di Corneto-Tarquinia, «Bullettino di Archeologia Cristiana», 1875, pp. 85-131.

D. F. GLASS, Studies on cosmatesque pavements, BAR International series, 82, 1980, pp. 133, pp. 134-135.

P. C. CLAUSSEN, Magistri doctissimi romani. Die Römischen Künstler des Mittelalters, Stuttgart, 1987, pp. 40-53.

N. PARISE, s. v. De Rossi, Giovanni Battista, in Dizionario Biografico degli Italiani, 39, Roma, 1991, pp. 201-205.

R. BELCARI, La diocesi di Populonia-Massa, in Guida all’archeologia medievale della provincia di Livorno, a cura di G. Bianchi, Firenze, 2008, pp. 137-140, p. 140.

R. BELCARI, “In mille modi diversi segate e mutilate”. Giovanni Battista De Rossi e gli spolia epigrafici del pavimento di Santa Maria di Castello a Corneto,«Maritima», 4, 2014, pp. 19-33.

L’edilizia religiosa in Corsica tra XI e XIII secolo

Le chiese costruite durante i secoli centrali del Medioevo, spesso ubicate lungo il litorale o a mezza costa, contribuiscono assieme ai contemporanei castelli a connotare il paesaggio della Corsica, rappresentando il più evidente dato materiale dell’epoca. Nell’isola sono oltre duecento gli edifici religiosi – cattedrali, pievi e suffraganee – con una datazione compresa tra i primi decenni dell’XI e il XIII secolo, più di un quarto delle quali con strutture in elevato.

Si tratta di costruzioni in genere ad aula unica monoabsidata, realizzate con differenti litotipi (calcare, graniti, serpentino, scisto, calcarenite) e diverse tecniche murarie, talora con decorazioni scultoree, concentrate nelle aperture e nelle absidi, altre volte in facciata e nei fianchi. Un impianto a tre navate è riservato alle cattedrali, ad alcune pievi e chiese urbane. Due gli esempi conservati di battistero entro edifici a sé stanti (S. Giovanni di Venaco; S. Maria di Rescamone).

Fig. 3 

S. Maria di Rescamone nella Valle di Rostino (da Belcari 2013, p. 99)

Le prime importanti segnalazioni sullo stato di conservazione di alcune delle chiese còrse si devono a Prosper Mérimée, che nel 1839 visitò la Corsica in qualità di Ispettore ai Monumenti storici, lasciando annotazioni relative alla Canonica di Mariana, allora con la copertura in rovina, o al S. Michele di Murato, che considerava “la plus élégante, la plus jolie église” dell’isola, successivamente oggetto di molti interventi di restauro.

Fig. 1

S. Michele di Murato (da Belcari 2013, p. 98)

Alcuni di questi edifici furono dichiarati monumenti storici negli anni Quaranta dell’Ottocento (Cattedrale del Nebbio a Saint Florent) o tra gli anni Settanta ed Ottanta dello stesso secolo (S. Michele di Murato, Trinità di Aregno, S. Maria a Mariana). Successivamente, la piccola monografia data alle stampe da Carlo Aru nel 1908 introdusse l’idea delle chiese “pisane” della Corsica, decretando la fortuna di un tema storiografico a lungo ricorrente.

Fig. 10

S. Trinità di Aregno (da Belcari 2013, p. 101)

È merito di Genevieve Moracchini Mazel la realizzazione nel 1967 di un fondamentale repertorio catalografico, pionieristico e completo al tempo stesso, laddove molte delle cronologie assegnate agli edifici sono state in seguito poste in discussione sia dai risultati delle nuove indagini archeologiche condotte con il metodo stratigrafico in particolare dagli archeologi Philippe Pergola e Daniel Istria, sia dallo studio delle problematiche in un contesto mediterraneo ed europeo dell’architettura protoromanica e romanica

.Fig. 6

S. Maria a Mariana (la Canonica), Lucciana (da Belcari 2013, p. 100)

Come ha magistralmente spiegato Roberto Coroneo, da ultimo in una fondamentale monografia edita nel 2006, la realizzazione degli edifici romanici dell’isola è avvenuta non secondo una logica “evoluzionista”, autoctona, ma “diffusionista”, dal versante tirrenico, in particolare per la prima fase di XI secolo, per poi concorrere nel corso del successivo alla circolazione di modi costruttivi e soluzioni formali adottati nei cantieri delle isole tirreniche, maggiori e minori, e della Toscana.

Fig. 9

S. Maria Assunta a Saint Florent (da Belcari 2013, p. 101)

Nel contesto degli scambi commerciali e delle rotte tirreniche durante i secoli centrali del Medioevo, Pisa, la cui Chiesa diverrà sede arcivescovile con dignità metropolitica sulle diocesi còrse nel 1092, rappresenta il porto che convoglia non solo le maestranze e le esperienze maturate nella città, ma anche in altre parti della Toscana, nel territorio di Lucca, nel pistoiese. Le maestranze saranno allora da intendersi come “pisane” non relativamente alla formazione, bensì alla loro provenienza.

Fig. 5 BIS

S. Mariona di Talcini, Corte (da Belcari 2013, p. 99)

Riferimenti bibliografici

P. Mérimée, Notes d’un voyage en Corse, Paris,1840.

C. Aru, Chiese pisane della Corsica: contributo alla storia dell’architettura romanica, Roma, Loescher, 1908.

G. Moracchini-Mazel, Les Eglises Romanes de Corse, I-II, Paris, C. Klincksieck, 1967.

P. Pergola, Une pieve rurale corse: Santa Mariona di Talcini. Problemes d’archeologie et de topographie médiévales insulaires, in “Melanges de l’Ecole Française de Rome. Moyen Age”, 91, 1979, 1, pp. 89-111.

D. Istria, Le chateau, l’habitat et l’église dans le Nord de la Corse aux XIIe et XIIIe siècles, in “Melanges de l’Ecole Française de Rome. Moyen Age”, 114, 2002, 1, pp. 227-301.

R. Coroneo, Chiese romaniche della Corsica. Architettura e scultura (XI-XIII secolo), Cagliari, Edizioni AV, 2006.

R. Belcari, Romanico tirrenico. Chiese e monasteri dell’arcipelago toscano e del litorale livornese, Pisa, Pacini Editore, 2009.

R. Belcari, L’edilizia religiosa in Corsica tra XI e XIII secolo. Fortuna critica e aspetti materiali, in Corsica e Toscana. Dieci secoli di storia nei documenti pisani e còrsi / Dix siècles d’histoire à travers documents pisans et corses (ed. F. Gemini), Pisa, Pisa University Press, 2013, pp. 95-101.

I cantieri del granito. Chiese medievali dell’isola d’Elba

Durante i secoli centrali del Medioevo la storia dell’Elba segue quella della città di Pisa che, a eccezione di alcuni momenti di occupazione da parte dei genovesi, tra XI e XIV secolo possedette il controllo dell’isola.

All’Elba i pisani esercitarono attività estrattive e metallurgiche e sfruttando le cave di granito già coltivate nell’Antichità, come a Seccheto, si procurarono le colonne monolitiche impiegate nella cattedrale e più tardi nel battistero della città marinara.

vallebuia

Colonna semilavorata e blocco di granito

nella cava di Vallebuia -Seccheto (pietre & parole©)

I più antichi edifici medievali dell’isola d’Elba sono chiese, o fasi di queste, risalenti all’XI e al XII secolo. Costruite nei centri fortificati o in prossimità di insediamenti talora scomparsi, spesso ne costituiscono l’unica attestazione materiale. E’ infatti questo il periodo in cui le originali strutture plebane sottoposte alla diocesi di Massa e Populonia, furono ampliate (quattro i plebati medievali: Ferraria, Capoliveri, Marciana, Campo), con la nascita di nuovi poli di aggregazione e di nuovi edifici. Di questi, alcuni sono tuttora visibili e le loro strutture più o meno conservate: S. Giovanni in Campo; S. Lorenzo a Marciana; SS. Pietro e Paolo a San Piero; S. Michele a  Capoliveri; S. Stefano alle Trane.

IMG_6218

S. Lorenzo a Marciana (da Belcari 2009, p. 112)

La presenza di altri edifici è talora indicata da resti solo parzialmente conservatisi: S. Maria alle Piane del Canale; S. Ilario in Campo; S. Maria della Neve a Lacona; S. Biagio a Pomonte; S. Bartolomeo a Chiessi; S. Frediano a Chiessi; S. Quirico di Grassera. Altri infine sono scomparsi e attestati esclusivamente da citazioni documentarie, come nel caso della plebes de Ferraria o S. Miniato del Cavo

.S. Bartolomeo

S. Bartolomeo a Chiessi (da Belcari 2009, p. 140 )

Le chiese elbane di questo periodo seguono in genere un simile schema iconografico, con un’aula unica monoabsidata, talora con perimetrali non ortogonali. Un caso presenta con certezza una soluzione biabsidata, la chiesa intitolata ai santi Pietro e Paolo a San Piero in Campo. Tutti gli edifici mostrano modi costruttivi, strutturali e decorativi propri delle maestranze attive in un ampio ambito territoriale (Corsica, Sardegna, isole tirreniche minori, Pisa e contado pisano).

La presenza di un campanile a vela sulla facciata di alcuni di questi è stata ritenuta una caratteristica peculiare, peraltro riscontrabile in numerosi edifici coevi di Corsica e Sardegna.

IMG_6227

S. Giovanni in Campo (da Belcari 2009, p. 35)

Contribuivano all’illuminazione dell’interno scarse aperture, talora croci lucifere. I materiali con cui furono realizzati questi edifici sono tutti di approvvigionamento locale. In particolare fu impiegato granito per le chiese ubicate alle pendici del monte Perone (S. Giovanni in Campo; S. Lorenzo a Marciana; SS. Pietro e Paolo a San Piero; S. Ilario), nella valle di Pomonte (S. Biagio), sul monte S. Bartolomeo e lungo la viabilità che da Chiessi conduce alla vetta del Capanne (S. Bartolomeo; S. Frediano).

IMG_6327

SS. Pietro e Paolo a San Piero, conci del paramento (da Belcari 2008, p. 183)

Furono d’altro canto realizzate in calcare le chiese del versante sudoccidentale dell’isola (S. Stefano alle Trane; S. Maria a Lacona; S. Michele a Capoliveri; S. Quirico a Grassera).

Similitudini presentano anche le tecniche murarie adottate, con notevoli esempi di litotecnica. Raro, ma non assente, il ricorso a elementi decorativi, come nel caso della decorazione architettonica della chiesa di S. Stefano alle Trane.

IMG_1451

S. Stefano alle Trane (pietre & parole©)

La maggior parte delle chiese medievali dell’isola d’Elba fu gravemente danneggiata alla fine del Medioevo, quando furono abbandonate in seguito alle incursioni dei pirati turchi.


Riferimenti bibliografici

R. Belcari, Romanico tirrenico. Chiese e monasteri medievali dell’arcipelago toscano e del litorale livornese, Pisa, Pacini Editore, 2009.

R. Belcari, Isola d’Elba. Pievi e chiese romaniche, in Guida all’archeologia medievale della provincia di Livorno (ed. G. Bianchi), Firenze, Nardini Editore, 2008, pp. 174-183.

L. Maroni, Guida alle chiese romaniche dell’isola d’Elba, Pisa, 2004.

I. Moretti, R. Stopani, Chiese romaniche dell’Elba, Firenze, Salimbeni, 1971.

15th century graffiti within block 153 in Antivari

On the ground floor of block 153, built on the road running between the city gates of Antivari (today Stari Bar, Republic of Montenegro) and the church of St. Nicolas, is a room measuring 5.60 x 2.23 meters that would originally have had a barrel vaulted ceiling. Sections of the room’s southern wall are still covered with layer of relatively thick plaster, and in this plaster numerous graffiti etchings are visible. Graffiti represents an anthropological social reality that is too full of complex meaning to be attributed to pre-defined schemes (Petrucci 1996; Tedeschi c.s.). Thus, in order to interpret this rich source of clues about the social history of the building, one must not forget the context in which they were made, consider their contemporaneity, and attempt to interpret them as a whole (Mannoni, Rossi 2006).

graffito yhs

Trigramma YHS, UTCF 153, Stari Bar, Republic of Montenegro (in Belcari 2013, p. 57)

All graffiti etchings and the contexts in which they were found were recorded, photographed and measured. The graffiti would have been etched into the plaster whilst it was still wet and are located within the central area of the wall, between 0.60 and 1.55 meters from floor level. A total of eighteen etchings of different typology are present. In particular, names and letters of the alphabet can be identified.

published by Riccardo Belcari, Graffiti del XV secolo nell’isolato 153, in Storie di una città. Stari Bar tra antichità ed epoca moderna attraverso le ricerche archeologiche (edd. S. Gelichi, M. Zagarčanin), Firenze, All’Insegna del Giglio, 2013, pp. 55-61.


Bibliography

Mannoni, Rossi 2006= T. Mannoni, M. Rossi, L’archeologia rupestre, nuova fonte per la storia. Manifesto propositivo, “Archeologia Postmedievale”, 10, pp. 13-16.

Petrucci  1996= A. Petrucci, s.v. Graffito, in Enciclopedia dell’arte medievale, vol. VII, Roma, Treccani, p. 64.

Tedeschi c.s.= C. Tedeschi, I graffiti, una fonte scritta trascurata, in Storia della scrittura e altre storie (ed. D. Bianconi), Atti del Convegno (Roma, 28-29 ottobre 2010), Accademia dei Lincei.