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“hoc opus composuit peccator Matheus”

Le scritture esposte medievali di San Giovanni a Campiglia

Attestata come collegiata in un documento del 1252 (novembre 11), la plebes de Campilia risulta inserita negli elenchi degli enti che pagavano la decima alla diocesi di Massa tra la fine del XIII secolo e l’inizio del successivo (1298; 1302/1303). Non conosciamo quali fossero allora le suffraganee che da essa dipendevano.

Al 1318 risale il più antico inventario di beni della pieve conosciuto, sottoscritto dal pievano Ranerium. Dall’inventario è possibile apprendere le prime notizie relative all’aspetto patrimoniale dell’ente.

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Nella consueta carenza di riferimenti documentari alle strutture, è però il corredo epigrafico a rivestire particolare importanza, divenendo fonte preziosa nel fornire una collocazione cronologica certa per il primo cantiere dell’edificio. Assieme a una data, interpretabile come 1173, compare anche un nome, riconducibile alle maestranze che presero parte all’impresa costruttiva.

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La corretta lettura della scrittura esposta incisa in uno dei conci della facciata, alla sinistra del portale, lascia emergere dall’anonimato uno degli artefici coinvolti nel cantiere dell’edificio. Un maestro, Matteo (Matheus), che è possibile associare a un ruolo di progettualità e coordinamento, come pare suggerire la stessa forma verbale (composuit) impiegata nell’epigrafe, dal quale probabilmente non andrebbe escluso lo stesso corredo scultoreo, a maggior ragione in un cantiere di media entità.

Il legame tra struttura e decorazione architettonica, infatti, ha spesso implicato che i responsabili di queste imprese assumessero la paternità dell’insieme, ossia fossero in qualche modo i responsabili di quello che non poteva che essere un lavoro collettivo.

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Il monogramma dell’artefice significativamente compare anche nel contesto di una seconda iscrizione esposta, visibile nel transetto settentrionale al di sotto della copertura.

Il monogramma è associato alla celebre frase palindroma di valenza magica accuratamente incisa in un concio del paramento, realizzato in marmo bianco al pari di quelli impiegati nelle componenti decorative che presentano bicromia.

 

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Come  è noto, il ricorso alla celeberrima frase palindroma è più volte attestato anche in altri edifici medievali in Italia e nel resto di Europa e gli esempi che è possibile richiamare sono numerosi e riconducibili al XII e al XIII secolo.

La formula, nelle diverse varianti, ha fatto scrivere molto e dibattere a lungo, specialmente per quanto attiene il significato e l’origine.

Molte le traduzioni proposte, intervenendo sul testo, con risultati spesso azzardati. In realtà alcune parole della frase nacquero con ogni probabilità per permetterne proprio la lettura palindroma e, almeno all’origine, non avrebbero un significato compiuto.

Al pari di altri casi noti, se ne affermò precocemente la valenza apotropaica. E’ pertanto nell’ambito della storia delle mentalità che dovrebbe esserne data lettura.

Destinando tali parole a una scrittura esposta e includendovi il proprio monogramma, l’artefice costruttore, come altri costruttori contemporanei, intese assicurare all’edificio la necessaria protezione da eventi disastrosi e calamità naturali che avrebbero potuto comprometterne la staticità e la lunga durata.

 

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La pieve di S. Giovanni a Campiglia

Ricordato per la prima volta da Attilio Zuccagni Orlandini nell’Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana del 1832, l’edificio deve un primo studio monografico a Peleo Bacci, pubblicato nel 1910 nella “Rivista d’Arte”. In seguito è stato inserito in opere di carattere generale da quanti hanno avuto modo di occuparsi dell’architettura medievale regionale e in particolare dell’area di influenza culturale pisana (Pietro Toesca, Mario Salmi, Carlo Ludovico Ragghianti, Piero Sanpaolesi).

 

Riferimenti bibliografici

  • A. Zuccagni Orlandini, Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana 1832.
  • P. Bacci, La pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima costruita da M° Matteo, “Rivista d’Arte”, VII, 3-4, Firenze 1910, pp. 53-61.
  • P. Toesca, Il Medioevo, Torino 1927, p. 556.
  • M. Salmi, L’architettura romanica in Toscana, Milano-Roma, 1927, p. 43.
  • C. L. Ragghianti, Architettura pisana e architettura lucchese, “Critica d’Arte”, III serie, 2, 28, 1949, pp. 168-172.
  • P. Sanpaolesi, Il duomo di Pisa e l’architettura romanica toscana delle origini, Pisa 1975.
  • G. Tigler, Toscana romanica, Milano 2006, pp. 242-244.
  • R. Belcari, Romanico tirrenico. Chiese e monasteri medievali dell’arcipelago toscano e del litorale livornese, Pisa 2009, pp. 60-71.
  • R. Belcari, Celebrare lo sviluppo. Dalle iscrizioni firma di maestri costruttori e lapicidi alle scritture esposte commemorative di opere pubbliche: il caso della Maritima medievale (sec. XII-XIV), in “Costruire lo sviluppo”. La crescita di città e campagna tra espansione urbana e nuove fondazioni (XII-prima metà XIII secolo), a cura di F. Cantini, Firenze 2019 pp. 121-136.

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Localizzazione

Campiglia Marittima (Livorno) – Toscana – Italia

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